Scoppia la Rivoluzione, l’Italia diventa comunista

 

Pubblichiamo di seguito uno stralcio del libro ucronico “Se Mira, se Kim”  di Andrea Marsiletti, ambientato in un’Italia stalinista alleata della Corea del Nord (il libro è disponibile su Amazon).

E’ il capitolo “Scoppia la Rivoluzione: l’Italia diventa comunista”, che racconta una storia alternativa partendo da quella reale: cosa sarebbe successo se nel 1948 Togliatti fosse morto nell’attentato, quale sarebbe stato il corso della storia?

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[…] Mira non riesce ad addormentarsi. Forse per il vento che fa rimbombare le tapparelle, forse perché è un po’ agitata.

Mira riaccende la luce del comodino e torna a leggere il libro di storia dal capitolo “La Rivoluzione comunista in Italia”: “Erano passati solo pochi mesi dalla fine della durissima campagna elettorale del 18 aprile 1948. Furono le prime elezioni politiche della storia della Repubblica italiana nata sulle rovine lasciate dal fascismo e dalla Seconda Guerra Mondiale e sulla nuova Costituzione del 1947. La ‘guerra fredda’ tra USA e URSS era già iniziata.

Vinse la coalizione anticomunista che aveva nel partito della Democrazia Cristiana il suo perno, in Alcide De Gasperi la guida, nella Chiesa cattolica l’apparato elettorale. Uscì sconfitta l’alleanza delle sinistre formata dal Partito Comunista e dal Partito Socialista. Con il 31% dei consensi il PCI si affermò come il più grande Partito comunista del mondo occidentale, tuttavia non bastò.

Il 14 luglio del 1948 il segretario del PCI Palmiro Togliatti stava uscendo da un ingresso secondario della Camera dei Deputati insieme alla sua compagna Nilde Iotti per recarsi nella sede del partito in via delle Botteghe Oscure, quando un giovane gli venne incontro di corsa. Un colpo di pistola tranciò la calura estiva. Era quello di una pallottola sparata contro Togliatti da una calibro 38. Subito dopo un altro colpo, poi un altro ancora. Il primo mancò il bersaglio. Il secondo centrò il segretario alla nuca. Il terzo gli scheggiò una costola e provocò lacerazioni nei polmoni.

La Iotti si mise a urlare terrorizzata, il segretario si accasciò al suolo. Arrivò subito un’ambulanza. Togliatti cercò di dire qualcosa all’orecchio della sua compagna, invano: il ‘Migliore’ era morto.

Accorsero i carabinieri di Montecitorio. L’attentatore, tal Antonio Pallante, campano, si arrese senza opporre resistenza e venne rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Durante il processo Pallante dichiarò: ‘Sul giornale del PSDI Togliatti era descritto come un uomo infausto, pericoloso per l’Italia, da inchiodare al muro. È stato il responsabile delle uccisioni di tanti italiani avvenute nel Nord dopo la Liberazione. Non potevo tollerare che egli, italiano, partecipasse alle riunioni del Cominform’. Il suo avvocato puntò sull’infermità mentale. Nel 1949 il Tribunale del Popolo lo condannò a morte. Una settimana dopo venne ucciso con una pallottola in testa. Seguendo la procedura introdotta da Stalin in URSS, il bossolo fu spedito alla famiglia di Pallante perché risarcisse la collettività del suo costo di produzione.

In un baleno la notizia si sparse a macchia d’olio in tutta Italia: ‘Hanno ucciso Togliatti!’ si sentiva in ogni casa, in ogni piazza, in ogni fabbrica, alla radio. ‘Il segretario è rimasto vittima dei fascisti, come Matteotti.’

L’assassinio del leader del PCI generò uno shock politico veemente. La giovane e fragile democrazia italiana era attraversata da una scossa elettrica ad altissima tensione, da Trento a Reggio Calabria.

Non ci fu neppure la necessità di proclamare lo sciopero generale, perché esso partì autoconvocato e inevitabile, come un gesto istintivo di autodifesa.

La maggiore parte dei militanti comunisti interpretò l’attentato come il tentativo di sopprimere il PCI e quindi scese in piazza per difendere l’esistenza stessa del partito. Altri, ancora frustrati dalla sconfitta elettorale di aprile, intravidero nel crimine di Pallante l’occasione per prendersi la rivincita e abbattere lo Stato capitalista senza passare dalle urne.

Non servì a placare gli animi l’immediato annuncio del Governo che l’attentato a Togliatti fosse un ‘atto isolato’ e non una trama ordita contro il PCI su più vasta scala, magari da Oltreoceano.

Il Paese era seduto su una polveriera che poteva saltare per aria da un momento all’altro.

Si respirava nell’aria che qualcosa di grosso fosse in procinto di accadere: i comunisti scesero nelle piazze sventolando le bandiere rosse, i partigiani tirarono fuori i fucili dalle soffitte. A ogni angolo di strada c’era un compagno che improvvisava un comizio e invitava alla mobilitazione popolare, anche all’omicidio dei borghesi.

Milioni di persone si riversarono nei centri cittadini dalla periferia e dai comuni della provincia. La rabbia dei comunisti prendeva corpo in manifestazioni sterminate con l’ostentazione di fucili Parabello e pistole Beretta. I negozi abbassarono le saracinesche.

Quelli che non erano in piazza osservavano dalla finestra le masse imbandierate, chi con speranza esponendo tovaglie rosse dal balcone, chi terrorizzato dall’avvento del bolscevismo in Italia.

Ovunque si vedevano pugni chiusi alzarsi in cielo. Per spaventare la borghesia, le frange più violente muovevano il pugno avanti e indietro come uno stantuffo, all’unisono, in segno di compattamento. I cortei diventavano delle locomotive, le strade dei binari, le persone degli ingranaggi. ‘Quel treno aveva un potere tremendo, la stessa forza della dinamite. Trionfi la giustizia proletaria!” canterà Francesco Guccini.

Il poderoso passo di marcia del popolo faceva tremare i muri dei palazzi. Le camionette della polizia sostavano sui lati, timorose e impotenti davanti a quel fiume in piena. La maggior parte dei telefoni smise di funzionare, i treni e i tram si fermarono. La Borsa venne chiusa. Alcune sedi della DC furono bruciate, le fabbriche occupate. A Torino una decina di operai della Fiat sequestrò l’amministratore delegato Vittorio Valletta, già denunciato per collaborazionismo con l’occupante tedesco. Il Ministro dell’Interno Scelba voleva liberarlo con l’intervento dell’esercito. Fu lo stesso Valletta a farlo desistere, provando a sdrammatizzare con una battuta di spirito: ‘Operai, andate a lavorare, altrimenti domani vi licenzio tutti!’ I rivoluzionari non colsero l’ironia e gli fracassarono il cranio con il calcio di un fucile.

In tutta Italia esplosero scontri tra i comunisti e le forze dell’ordine.

Le città di Roma, La Spezia, Abbadia San Salvatore si mobilitarono già nel pomeriggio del 14 luglio. Le manifestazioni con i primi morti si registrarono nel triangolo industriale del Nord: Genova, Torino, Milano. Al Sud ci furono sparatorie a Napoli, Salerno, Taranto, Cagliari. I binari delle ferrovie furono interrotti a Foligno, Fidenza, Massarosa. A Piombino furono accerchiate le caserme dei Carabinieri e della Guardia di Finanza intimando la consegna delle armi. A Busto Arsizio si tentò un assalto al carcere nel quale erano detenuti dei partigiani condannati per atti di guerra. Nella capitale solo l’invio di un battaglione dell’esercito impedì l’aggressione dei palazzi della Camera e del Senato.

Per la sua forte presenza comunista, Parma fu una delle aree più in subbuglio. Nel giro di poche ore la città venne isolata da squadre di operai attraverso dei posti di blocco lungo la via Emilia. Nelle fabbriche vennero organizzati dei presidi armati di lavoratori. Nelle fonderie occupate gli operai iniziarono a forgiare chiodi a tre punte per prepararsi a respingere l’attacco della polizia.

Gli operai comunisti si schierarono in difesa delle principali cabine elettriche. Sui tetti delle case furono posizionate le mitragliatrici MG 42 che erano state sottratte ai tedeschi in ritirata. I cosiddetti ‘partigiani cattolici’ sembravano spariti nel nulla. ‘Dove siete? In Chiesa a pregare?’ li schernivano i comunisti. Anche i socialisti erano assenti.

Tre squadre di cinquecento operai e sindacalisti della Cgil circondarono la Prefettura e la Questura di Parma. Il segretario cittadino della DC venne freddato sotto gli occhi dei figli.

Il Parlamento si convocò immediatamente in una seduta drammatica. De Gasperi condannò senza appello l’attentato a Togliatti tentando di portare lo scontro dalle piazze nelle sedi istituzionali.

Scelba rassicurò: ‘Il Governo è in grado di controllare la situazione. Polizia, carabinieri ed esercito non cederanno ai ribelli e mostreranno la faccia legale del Paese.’ Molti deputati del PCI lo fischiarono.

Scelba impartì l’ordine di vietare ogni forma di manifestazione, disposizione che i Prefetti non riuscirono ad applicare. Il Ministro arrivò a chiedere a De Gasperi l’autorizzazione per chiudere tutte le sedi del PCI e dei sindacati come ‘misura di sicurezza’ e di dichiarare lo stato di polizia. Il potere sarebbe passato dai Prefetti ai militari. De Gasperi lo fermò.

Il PCI convocò la Direzione nazionale per stabilire la strategia da adottare. La parola d’ordine dei togliattiani era ‘stiamo calmi, non facciamo pazzie’. Cercavano una soluzione che valorizzasse la combattività delle masse nella convinzione, però, di dovere rientrare il prima possibile nell’ambito delle regole costituzionali. Erano preoccupati per la legittimazione nazionale e internazionale del PCI e temevano una repressione poliziesca che lo mettesse fuorilegge. ‘Per accendere una candela non basta un cerino, una superficie ruvida e una persona pronta ad accenderla… ci vuole la candela. Oggi, compagni, non ci sono le condizioni, interne ed esterne al Paese, per la rivoluzione’ dissero i togliattiani. Proposero di emanare una comunicazione nella quale si chiedevano le dimissioni del Governo. Il direttore del giornale l’Unità Pietro Ingrao suggerì il titolo ‘Via il Governo della guerra civile’.

Il sindacato della Cgil proclamò lo sciopero generale ‘in attesa di ulteriori disposizioni’.

Era evidente che i togliattiani e la Cgil puntassero a una gestione pacifica della crisi.

Ma nella direzione del PCI non tutti la pensavano allo stesso modo. Qualcuno sostenne che fosse uno sbaglio spegnere subito l’irruenza dei militanti e che, al contrario, bisognasse lasciarla dispiegare in tutta la sua forza. Il vicesegretario Luigi Longo suggerì: ‘Se l’onda cresce, lasciala montare, se cala, soffocala del tutto.’

Il più interventista era l’altro vice segretario del PCI, nonché responsabile dell’organizzazione, Pietro Secchia, da sempre sostenitore della prospettiva insurrezionalista come via maestra per arrivare alla dittatura del proletariato.

Secchia era molto influente dentro il partito essendo stato il vero capo della Resistenza partigiana contro i nazisti nel ruolo di referente dei commissari politici di tutte le Brigate Garibaldi. Secchia dichiarò che ‘la mela va colta dall’albero prima che diventi troppo matura e cada a terra. È il popolo che ci spinge alla lotta. Bisogna mettere al bando tutte le illusioni costituzionaliste che fanno perdere di vista il vero volto della democrazia borghese, che è l’oppressione di una minoranza avida e rapace ai danni dell’immensa maggioranza popolare. I nostri partigiani sono bene armati, le basi americane sono state chiuse e tutti i marines hanno lasciato la penisola. La borghesia ha il fianco sguarnito. Il popolo è infuocato dagli ardori rivoluzionari. L’aggressività delle masse ci offre un’occasione irripetibile!’

‘Gli accordi di Yalta sconsigliano la rivolta armata’ gli risposero i togliattiani.

‘Non dite che non fate la rivoluzione perché Stalin vi ha chiesto di non farla! Queste sono le mistificazioni sul Patto di Yalta e sulla presunta complicità dei sovietici con gli imperialisti nel volere un mondo bloccato, senza cambiamenti rivoluzionari né possibilità di emancipazione dei popoli. Stalin è un liberatore delle masse operaie, non un notaio!’ replicò Secchia convinto di conoscere bene il pensiero del leader bolscevico che alcuni anni prima lo aveva ricevuto a Mosca in privato (e all’insaputa di Togliatti) per ragionare del futuro del comunismo in Italia.

Poi la Direzione iniziò la discussione sull’interpretazione del telegramma che Stalin spedì appena venuto a conoscenza della morte di Togliatti: ‘Sono contristato dal fatto che gli amici del compagno Togliatti non siano riusciti a difenderlo.’

‘Tra le righe Stalin ci ammonisce che non siamo pronti e che non dobbiamo avventurarci in situazioni che potrebbero sfuggirci di mano, divenendo poi crisi internazionali che ricadrebbero sulle spalle dell’Unione Sovietica’ sostenevano i togliattiani.

‘No, Stalin ci rimprovera di non avere costruito un’organizzazione militare all’altezza dell’obiettivo rivoluzionario. Ma se il partito non è pronto, lo sono i partigiani, i cui fucili sono ancora caldi’ replicò Secchia.

Mentre la direzione del PCI stava discutendo, l’Italia era un vulcano in eruzione.

Il Comune di Parma fu la prima Istituzione a passare con i rivoluzionari: nella serata del 14 luglio il sindaco comunista Giuseppe Botteri convocò un comizio in piazza Garibaldi per spronare i cittadini a combattere.

Verso le ore 19 circa tremila parmigiani si radunarono per ascoltare le parole del loro sindaco. Sembravano tornati i giorni eroici della Barricate. Due ore dopo Scelba ordinò alla polizia di arrestare Botteri per ‘alto tradimento’. I comunisti si schierarono in sua difesa, armati, davanti al portone del municipio per impedire ai militari di entrare. Le due file si contrapposero l’una davanti all’altra immobili. La tensione era massima. Nessuna delle parti voleva assumersi la responsabilità di provocare lo scontro e macchiare il terreno di sangue.

Verso le ore 22 il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi telefonò al ciclista Gino Bartali che in quel momento si trovava in Francia impegnato nella penultima tappa del Tour de France che si sarebbe corsa il giorno dopo. Gli chiese di compiere un’impresa sportiva per ribaltare la classifica del Tour ma soprattutto per distrarre l’opinione pubblica italiana e sedare la furia popolare rivoluzionaria, ‘perché qui c’è una grande confusione’. Bartali partì subito all’attacco, andò in fuga ma sulla scalata del temuto colle Izoard cadde a pochi chilometri dal traguardo e fu costretto al ritiro.

I giornali governativi avevano già pronta un’edizione straordinaria dal titolo ‘Bartali ha vinto la tappa e forse la maglia gialla. Viva l’Italia! Una mano invisibile ha dato una spinta in più al suo sellino’. Furono costretti a ripiegare su un’apertura disfattista: ‘Bartali cade!’ L’insuccesso ciclistico aumentò ancora di più la delusione e la rabbia del popolo.

Alle ore 8 della mattina del 15 luglio arrivò a Parma la compagnia dell’esercito inviata da Scelba che si posizionò in mezzo a Piazza Garibaldi davanti al Comune. Contemporaneamente giunse in città un contingente di circa duecento militanti della Volante Rossa per sostenere politicamente e militarmente il sindaco in lotta. A guidare la Volante Rossa c’era il comandante Giulio Paggio in persona, meglio noto col nome di battaglia di ‘tenente Alvaro’. La Volante Rossa era un’associazione paramilitare antifascista composta da ex partigiani e operai comunisti che scelsero di proseguire la resistenza italiana uccidendo i nemici politici anche dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La decisione di riconsegnare le armi non fu di tutti… ‘per fortuna’, si rallegrano oggi i comunisti.

La Volante Rossa si mescolò ai parmigiani, armata fino ai denti.

Verso le ore 11 si udì uno sparo. Un soldato dell’esercito, pensando a un attacco degli insorti, perse la testa e reagì in modo brutale mitragliando a freddo i comunisti: venti compagni caddero a terra morti.

Scoppiò l’inferno. La Volante Rossa lanciò una controffensiva e fece partire un’impressionante scarica di pallottole contro i soldati di Scelba che vennero messi sotto tiro dai partigiani appostati sulle finestre che davano sulla piazza.

Fu un massacro, con morti e feriti da ambo le parti. Tra le fila della Volante Rossa si distinse per coraggio Valter Garulli che uccise quindici soldati prima di venire trafitto da un colpo di pistola alle spalle mentre urlava ‘I comunisti non hanno paura, muoiono per la libertà!’

Dopo un’ora di sanguinosa guerriglia, l’esercito si ritirò, sconfitto.

La notizia della strage di Parma si diffuse in tutta Italia e arrivò dentro la Direzione del PCI che era convocata in stato permanente. Secchia urlò: ‘A Parma hanno dato ordine di sparare contro i nostri compagni. Ne hanno uccisi più di cento. Adesso basta!’ urlò alzando gli occhi verso il cielo, sapendo che in quel momento Stalin lo stava vedendo, Dio no.

La situazione precipitò. I togliattiani non erano pronti ad affrontare questa accelerazione degli eventi. Secchia propose alla Direzione di ordinare alle sezioni del partito l’occupazione di tutti i municipi italiani. La mozione venne approvata a larga maggioranza. “Non si cambia la Storia chiedendo permesso!” scandì Secchia.

L’indignazione popolare per la carneficina di Parma convinse De Gasperi a rimuovere Scelba dall’incarico di Ministro dell’Interno nella speranza che il suo sacrificio potesse tamponare la furia delle masse che additavano Scelba come un irresponsabile omicida. L’esercito visse ore di disorientamento in assenza di una guida; non arrivavano più ordini alla polizia, carabinieri e soldati se non quelli di difendere la capitale, il Parlamento, i ministeri e il Vaticano.

Le forze dell’ordine concentrarono la loro presenza nel cuore della Repubblica, a Roma, dove, in netta superiorità numerica, stroncarono la rivolta nel sangue. Tutto ciò mentre i comunisti conquistavano le sedi dei giornali, della radio e della televisione e le più grandi città italiane senza incontrare quasi resistenza. Il passaggio del Paese nelle mani degli insorti poteva dirsi avvenuto già nella tarda serata del 16 luglio, senza ulteriori morti e senza che la cittadinanza se ne rendesse conto se non fosse stato per la marea di bandiere rosse che sfilava vittoriosa nelle strade. I rivoluzionari in giubilo sparavano fucilate verso il firmamento per festeggiare l’abbattimento dell’oppressione capitalista. In mezzo alle icone del PCI e di Gramsci spuntavano gigantografie di Stalin, Lenin, Kim Il Sung, Marx. A un provocatore che espose il ritratto di Trotzky venne fatta saltare la testa.

Molti borghesi fuggirono in Svizzera, altri in Sicilia sotto la protezione americana.

Tutta la dirigenza comunista riuscì a scappare da Roma riconquistata dalle forze armate di De Gasperi e si trasferì a Firenze.

Nella mattina del 17 luglio la situazione era definitivamente compromessa per il Governo democristiano arroccato nella capitale.

La sera dello stesso giorno, Secchia poté annunciare alla Direzione del PCI il successo della rivoluzione. In quell’occasione vennero subito approvati il trasferimento del potere al proletariato e la distribuzione, senza indennizzo, della terra ai contadini.
Nei giorni successivi il PCI istituì il Consiglio dei Commissari del Popolo con sede a Firenze che esercitava la funzione che prima era del Consiglio dei Ministri. Secchia fu nominato segretario nazionale del PCI e Capo del Governo.

Mentre la rivoluzione si diffondeva e consolidava in tutti i territori periferici, il nuovo Governo comunista emetteva i primi atti formali. Seguendo l’esperienza bolscevica furono creati i Tribunali del Popolo; la polizia borghese fu sostituita da una milizia operaia; venne introdotto il matrimonio civile, con uguali diritti per entrambi i coniugi, e il divorzio; la donna ottenne la totale parità di diritti rispetto all’uomo; si introdusse la giornata lavorativa di otto ore; nell’esercito vennero cancellate la differenze di trattamento fra soldati e ufficiali; furono nazionalizzate tutte le banche private; il commercio estero diventò monopolio dello Stato; la flotta mercantile e le ferrovie diventarono statali; le fabbriche vennero affidate direttamente agli operai. Il nuovo Governo annullò la restituzione della totalità dei prestiti ottenuti all’estero dal regime fascista.

L’ex ministro Scelba fuggì nella sua città d’origine, Caltagirone, scortato dagli americani. Il 28 luglio un militante della Volante Rossa riuscì a introdursi in casa sua e lo freddò sul posto. Intervistato dall’Unità, l’ex partigiano autore della missione dichiarò: ‘Il cadavere di Scelba avrebbe meritato di essere appeso a testa in giù come quello di Mussolini in piazzale Loreto ma alla fine decidemmo di lasciarlo steso sul pavimento in mezzo alla sua pozza di sangue come un morto qualsiasi, senza neppure l’onore del disprezzo del Popolo.’

A De Gasperi venne offerto un salvacondotto che gli consentisse di espatriare negli Stati Uniti. Lui scelse l’esilio nello Stato Pontificio.

Con la mediazione americana e il beneplacito di Stalin, nelle settimane successive il Governo popolare avviò un negoziato con il Vaticano per consolidare la situazione e scongiurare imponderabili reazioni internazionali. Dopo tre giorni di serrate trattative Secchia e Papa Pio XII sottoscrissero il seguente accordo: l’Italia comunista avrebbe riconosciuto e rispettato la sovranità del Vaticano sulla città di Roma in cambio dell’accettazione formale dell’esproprio di tutti i luoghi di culto e delle proprietà della Chiesa cattolica sul resto del territorio italiano.

‘Quante divisioni ha il Papa?’ lamentò qualche comunista contrario all’accordo siglato da Secchia ‘troppo generoso con la Curia romana’, ripetendo le parole con cui a Yalta Stalin rispose a chi gli elencava le esigenze di Pio XII sul nuovo assetto europeo. Ma si trattò di dissociazioni isolate e quindi ininfluenti.

Firenze, una città dalla storia gloriosa nella Toscana rossa della Resistenza, fu proclamata Capitale della Repubblica popolare d’Italia.

Il 22 luglio a Genova si officiarono i funerali di Togliatti con la partecipazione di più di un milione di persone. Per celebrare la solennità del momento, i compagni di partito salutarono il feretro con il braccio disteso per la totale sua ampiezza e il pugno chiuso militare. Fu uno spettacolo scenico memorabile, da far venire i brividi. Onore eterno al compagno Togliatti, Padre della Patria, senza il suo sacrificio non ci sarebbe stata l’Italia comunista!”

L’ora si è fatta tarda. Il vento continua a martellare le tapparelle. “È il vento della rivoluzione che non smette di spirare” esala Mira che già si trova nelle braccia di Morfeo.” […]