Mira torna a casa, immersa nello stalinismo della città

 

Pubblichiamo di seguito una pagina del romanzo ucronico “Se Mira, se Kim” (acquistabile su Amazon) scritto da Andrea Marsiletti e ambientato nel 2021 in un’Italia comunista alleata della Corea del Nord.

La Rivoluzione scoppiò nel 1948 (leggi).

La protagonista, Mira, torna a casa, immersa nello stalinismo della città.

 

[…] Il Centro Barilla è il centro di approvvigionamento più grande di Parma: contiene numerosi negozi alimentari e d’abbigliamento, un cinema, una paninoteca, una palestra. Il complesso si trova alla fine di Strada Repubblica popolare dove sorgeva la bottega di pane e pasta dell’imprenditore Pietro Barilla Senior.

La collettivizzazione dell’azienda non portò al suo cambio di denominazione. I trotzkisti e altri opportunisti di sinistra storsero il naso per la volontà di mantenere il nome della famiglia capitalista, ma poi, dopo un lungo dibattito, prevalsero la storia della città e la convinzione che il collegamento con figure del passato non compromesse rafforzasse l’identità del Popolo.

Anche Stalin, nei giorni drammatici dell’invasione nazista con i panzer tedeschi arrivati al capolinea della fermata dell’autobus di Mosca, nel celebre discorso sulla Piazza Rossa evocò l’eroismo di alcuni generali zaristi per spronare i sovietici a resistere: “Compagni, il nemico è alle porte. Tutto il mondo vi guarda. Che le figure ardimentose dei nostri grandi antenati, Alexandr Nevskij, Dmitrij Donskoj, Kuzma Minin, Dmitry Pozharsky, Aleksandr Suvorov, Mikhail Kutusov, vi ispirino in questa battaglia!”

Pietro Barilla non era il generalissimo Aleksandr Suvorov, Strada Repubblica non è la Prospettiva Nevsky che attraversa San Pietroburgo, non ci sono lungo i marciapiedi i fuochi delle guardie rosse, il torrente Parma non è il fiume Neva che d’inverno diventa fiabesco… ma il Consiglio comunale di Parma concluse che Pietro Barilla avesse dato lavoro a tante famiglie e sfamato il popolo con prodotti alla portata delle tasche di tutti e quindi che la sua memoria potesse continuare ad avere cittadinanza.

Mira si addentra nel buio. La serata è umida. La strada è vuota, attraversata dai banchi di nebbia che danno una dimensione tridimensionale alle strisce pedonali. La carreggiata senza auto e le saracinesche dei negozi abbassate rendono la vista omogenea, compatta, unica. Mira si gusta il silenzio nel quale gli sbuffi di vento vanno a morire, e da quell’affinità deduce che il vento e il silenzio siano fatti della stessa cosa. È la prima volta che lo intuisce.

La fontana di Barriera Repubblica spruzza zampilli d’acqua che i fari posizionati lungo il bordo della vasca illuminano di rosso, disegnando una tenda indiana simile a quella che la Motta regalava ai bambini con le merendine. Al centro della fontana sventola una bandiera rossa. Rossa come il sangue, come l’amore, come il fuoco che arde nel cuore del popolo.

La bandiera si trova nel mezzo degli spruzzi ma non si bagna mai, perché i getti sono stati progettati per lambirla. Neppure il vento, che oggi spira di qua e domani di là, riesce a impattarle contro una goccia. Si avvicina per guardare le traiettorie dell’acqua. Si sforza di fissarne una per seguirla in tutta la sua breve vita, da quando parte a quando si schianta nella vasca. Se il getto potesse mantenere il colore rosso che gli aveva impresso il faretto lei riuscirebbe ancora a distinguerlo. Invece non lo vede più.

Vede solo la lastra di marmo scolpita da una frase che legge per la centesima volta: “Colui che attende una rivoluzione pura non la vedrà mai; egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione. Vladimir Ilic Uljanov, detto Lenin.”

Le viene la tentazione di fermarsi per immergersi nella pace di quel laghetto spartitraffico ma fa troppo freddo e tira dritto. Si chiude la giacca fino all’ultimo bottone coprendosi la gola con la sciarpa. Respira l’aria dell’inverno e, mentre lo fa, prova ad attribuirle un profumo. Sente lo stesso odore dell’acqua. Dell’acqua sull’asfalto. Un odore atavico che si porta dentro da bambina, come quello del mare che arriva addosso appena il piede tocca la spiaggia. Trattiene il fiato per non fare uscire nessuna sensazione.

Nota una macchina parcheggiata attaccata al muro. “Per avercela fatta a uscire dall’altra portiera il conducente deve essere uno allenato. Io se volevo essere flessibile nascevo pongo. Invece sono nata comunista, perché la natura mi ha voluto bene.”

Sente il suo cuore appiccicato come un’edera a quello della Corea del Nord, refrattario alla disinformazione contro questo Paese perpetuata da decenni “da persone che sanno a malapena collocare Pyongyang sulla carta geografica, tantomeno che vi hanno messo piede. Giudicano sulla base di servizi strappalacrime di certa stampa che si alimenta di fonti anonime o di disertori poi smascherati come bugiardi. Sanno di ingannare se stessi ma vogliono credere quello che desiderano.”

Scruta gli occhi dei passanti per intercettare la loro immaginazione. “Saranno con la mente a Liancourt” pensa accelerando il passo.

E mentre medita sui ragionamenti degli altri, canticchia la canzone “I’m a rock” di Simon & Garfunkel, oggi parole tremendamente attuali:

Un giorno d’inverno in un profondo e scuro dicembre

io sono solo osservando le strade sottostanti ricoperte da un silenzioso manto di neve.

Sono una roccia sono un’isola.

Ho i miei libri e la mia poesia per proteggermi.

Sono chiuso nella mia armatura nascosto nella mia stanza

sicuro nel mio utero

Non tocco nessuno e nessuno può toccare me.

Sono una roccia sono un’isola. E le rocce non provano dolore.

E le isole non piangono mai.” […]